Gli ultimi veri serial killer d'America. Racconto estivo (quinta e ultima parte)

«Fermo» si interpose il Salsicciaio. «Lui sta peccio ti noi.»

«Sulla sedia elettrica non avremo rimpianti,» aggiunse lo Scuoiatore. «Dopotutto è la fine che abbiamo sempre sognato. L’unica degna di noi.»

«Voi?» squittì il Presidente. «Voi non siete più niente. Vecchia spazzatura bianca come me. Nessun politica ha più interesse a giustiziarvi. Siete ridicoli e uccidere un personaggio ridicolo non rientra in nessuna strategia d’immagine.» Il quartetto esplose in varie esclamazioni di stupore: «Come? Ma siamo pericolosi assassini! Non possono lasciarci in vita! Teufel!»

«Possono. Non gli frega più niente se siete vivi o no. Se volete una morte spettacolare non vi resta che sperare nel congiunto di qualche vittima assetato di vendetta.»

La Vedova alzò al cielo gli occhi color ghiaccio. «No» gemette, «i parenti delle vittime no. Prima di linciarti pretendono di mostrarti le fotografie del morto, frignano, vogliono farti sentire in colpa. Che piaghe.» Pensò alle otto vedove del mormone e rabbrividì.

«Boia ist più professionale. Quasi ein kollega» rincarò il Salsicciaio.

«Mi spiace deludervi, ragazzi» ghignò il Presidente, soddisfatto. «Avete fatto male i vostri calcoli.»

«Io invece i miei li ho fatti bene,» annunciò una voce giovanile alle loro spalle. Un ragazzino. O meglio, una testa da bambino arrampicata su un corpo lunghissimo e magro, come un gattino su un palo della luce.

«La SKS mi deve ancora 30 dollari, più spese postali,» disse il gattino.

Nella mente dello Scuoiatore scattò un contatto. In mano al ragazzino scattò il cane di una grossa pistola.

Il Presidente allargò le braccia con un sorriso ebete. «Desolato, signor Pronzini II, ma qui è tutto sotto seques…» Un colpo trasformò la sua testa in una fontana di sangria densa.

«Peerò,» commentò ammirato l’Orco. «In che reggimento sei, ragazzo?»

«In quello Recupero Crediti. I 30 dollari più spese postali di mamma.»

«Kvanto fa in euro?» chiese il Salsicciaio. «Bum,» lo aggiornò la pistola di Wilbert. L’Orco gridò «yippiaie». Wilbert gli sparò in mezzo agli occhi.

«Non credevo che l’Orco avesse tanto cervello» disse la Vedova sfilandosene una generosa porzione dalla scollatura. Fu lì che la pistola di Wilbert aprì un tunnel. La Vedova cadde sanguinando. Sembrava un’enorme boccetta del suo smalto per unghie, rotta.

Lo Scuoiatore fece «pat pat» sulla spalla di Wilbert. Dovette alzare il braccio per arrivarci. «Sono io quello che ha fatto perdere undici ore a mamma. Più spese postali.»

«Sono 32 dollari.»

«Non ho un soldo.»

«Un assegno.»

«Ho finito il libretto.»

Il ragazzo sbuffò ed esplose tre colpi spazientiti.

Lo Scuoiatore crollò a terra accanto alla Vedova agonizzante. «Cos’è questo tanfo?» rantolò la donna.

«Le mie budella, credo» rispose il topekano. Intanto Pronzini II stava aprendo sportelli e cassetti.

«Vedova,» ansimò lo Scuoiatore «ma i parenti delle vittime non ti mostravano le fotografie?»

«Era prima della globalizzazione. Di colpo mi sento così vecchia.»

«Sei sempre uno schianto, tesoro. Adesso dimmi il segreto della scopata assassina.»

«Nessun segreto. Scopo molto bene.»

Wilbert Pronzini II pignorò beni della SKs per un valore di 32 dollari e 40 cent. Una scatola di graffette, un fermacarte con la testa dell’imperatore Nerone e un set da scrivania in pelle lentigginosa. Mai usato.

5/fine (da Gulliver, luglio 1997)

Gli ultimi veri serial killer d'America. Racconto estivo (parte quarta)

Morgue Bar, SKS Building, Palm Springs, California

«Cucù, sono il serial killer!» ripeté l’Orco. I colleghi si scompisciavano sulla sedia.

La Vedova Scarlatta si tamponava cautamenta con un kleenex gli angoli degli occhi sottolineati dal kajal color peccato. «E sentite questa» disse, riprendendo fiato. «Ho fatto la cazzata più clamorosa per una mariticida seriale. Ho sposato un fottuto mormone con otto mogli che mi ha intestato una polizza chiaramente fasulla. E l’ho ucciso lo stesso! Otto mogli, otto interviste in esclusiva a otto canali tivù, otto figure di merda da costa a costa per me!» Il suo riso nervoso declinò in una raffica di singhiozzi sincopati.

«Nicht lacrime, Liebelei» le disse il Salsicciaio.

«Io piango a secco, Fritz. Ho imparato a Hollywood.»

«Atesso ich rakonta.» Il Salsicciaio fece un gesto per chiedere la massima attenzione e cominciò: «Ho fisto qvesto racazzino bellino come ancelo. Ho atirato lui in mia Haus…»

«E?» domandarono in coro gli altri.

«Impafagliato und inkatenato lui in mia stanza insonorizzata…»

«E poi?»

«Iolallaillilallaillilallaillilaioooo!» gorgheggiò il Salsicciaio. «Sei ore filate di jodel und tanz di gallo cedrone! Poi io lasciato lipero lui, aveva piccola faccia di pazzo più ankora di te, Orko. Komisch!»

«Grande Fritz. Ma lo Scuoiatore dov’è?» chiese l’Orco, incupito.

Braccio della morte del super carcere di Jarrett, Virginia

Lo Scuoiatore si era presentato come l’unico parente del condannato. Gli fu concessa una visita di un quarto d’ora. Non avrebbe assistito al Grande Barbecue. I posti con vista-sedia erano tutti prenotati dai familiari delle vittime. Quando lo Scuoiatore arrivò alla sua cella, Nasini stava congedando il prete.

«Faccia buon uso di questo memoriale, reverendo,» gli disse solennemente consegnandogli un plico. «Dissuaderà tanti giovani dall’imboccare la mia strada di perdizione.» Il sacerdote si allontanò benedicendolo. Nasini strizzò l’occhio allo Scuoiatore. «Quel dossier è la mia campagna autodenigratoria,» sussurrò. «I miei estratti conto e le mie ultime analisi del sangue. Il pubblico saprà che il serial killer è un pezzente e che i nasi contengono un sacco di colesterolo. Come si dice “Presidente ce l’hai nel culo” in pakistano?»

Lo Scuoiatore gli porse fra le sbarre una bustina di polvere bianca. «Il Presidente ti manda un regalino d’addio.»

Nasini si strinse nelle spalle: «Non mi serve. A elettrizzarmi fra qualche secondo ci penserà il boia. Dàlla a lui quella roba. E’ in crisi da surménage da quando il Governatore corre per la rielezione.»

«C’è un altro regalo per te. Da parte dei ragazzi.» E lo Scuoiatore gli passò con discrezione un pacchettino di carta stagnola. Nasini lo aprì e si illuminò tutto.

«A patata. Che tesori…» disse, commosso. Addentò con delizia il naso tagliato di fresco, ne inghiottì metà a occhi chiusi e ripose il resto nell’involto. «Lo finisco dopo,» bisbigliò.

Lo Scuoiatore gli allungò una profumata busta rosa. «E’ una lettera della Vedova.» Nasini l’aprì esultante. «Il segreto della scopata mortale! Diceva che me l’avrebbe svelato solo se finivo sulla sedia.» Lesse e scoppiò in una sonora risata. «Donne!» esclamò. «Facevo bene a ucciderle. Adesso vai, vecchio. Ah, aspetta. Posso sapere di chi è il naso?»

«Non si dice. E’ un regalo.»

«Dài, sto per morire.»

«Anch’io.» Fece per andarsene. Poi si voltò. «Una mia vicina a Topeka. Ethel Pipkin. Comunque di naso glien’è rimasto un bel po’».

Presidenza della SKS, SKS Building, Palm Springs, California

«Bravi. Bel gesto.»

Il Presidente era un uomo disperato. Squadrò la Vedova, il Salsicciaio, l’Orco e lo Scuoiatore, muti, in piedi, davanti alla scrivania coperta di avvisi di fallimento. Erano le ultime persone rimaste nel SKS Building.

All’entrata avevano incrociato i gemelli Zhou, l’apprendista pakistano e un pugno di immigrati variopinti che uscivano imprecando agitando pugnali, pistole e seghe elettriche. Alla vista dei quattro yankee erano esplosi in una babele di insulti.

«Dopo tutto quel che la SKS ha fatto per voi», soggiunse il Presidente con un pianto rabbioso nella voce. «In un mese avete distrutto tutti. Non ci avete guadagnato nulla e avete tolto la speranza a dei poveracci. Me compreso. Gli Zhou si metteranno a cucire borsette, Alì si riciclerà col kebab, ma io, un colletto bianco, che farò?»

«Ha provato come contabile della mafia?» azzardò la Vedova.

«Hanno i computer. L’informatizzazione della contabilità fu l’ultima decisione di John Gotti prima di finire in galera. E’ lui che mi ha mandato a spasso. Così ho deciso di fondare la SKS.»

L’Orco del Tennessee fece scrocchiare le falangi delle mani. «Questo significa che per anni ho preso ordini da un lurido guappo?»

«E io, che per anni ho dovuto far da balia a uno scimmione dixie schizofrenico?» rimbeccò il Presidente piccato. L’Orco stava per saltargli alla gola.

4/Continua (da Gulliver, luglio 1997)

Gli ultimi veri serial killer d'America. Racconto estivo (parte terza)

Lo Scuoiatore si riscosse per primo. «Fritz, tu sei il più anziano. Quand’è che la gente non si appassiona più ai serial killer?»

«Kvando c’è gverra. Tuti può difentare stupratori pluriomicidi e fincere anke metaglia.»

«E’ vero!» saltò sù l’Orco. «A me mi hanno decorato per aver fatto a un po’ di ragazzini viet quello che oggi faccio ai piccoli americani. Ci sto Fritz! Inventiamoci una guerra. Una bella spedizione a Cuba a far salsicce di piccoli castristi.»

«Zitto Rambo» lo troncò lo Scuoiatore. «Ho un’idea migliore. Il Presidente dice che la domanda di serial killer è in continua crescita. Bisogna far calare la domanda, in modo che nessuno voglia più sentir parlare di omicidi in serie.»

«Insomma, sputtanarli.»

«Sputtanare i serial killer? Facile. Diffondiamo la foto della Vedova senza trucco.» Una tonnellata di borsetta si abbatté sull’occipite di Nasini. Svenne cinguettando.

«Dedicheremo il poco che ci resta da vivere» continuò l’uomo di Topeka «a distruggere il fascino dell’assassinio seriale. Diventerà una farsa così squalificata che perfino gli immigrati ci sputeranno sopra. Così saremo noi gli ultimi. Gli ultimi veri serial killer d’America,» concluse con enfasi.

«Ricordatevi di Alamo,» declamò l’Orco, commosso. Si asciugò gli occhi e cominciò a fischiettare l’inno sudista.

Casa della signora Bess Klotz, Cuckooville, Kansas

«Signora Klotz? Sono lo Scuoiatore.»

«Chi?»

«Il serial killer. Omicidi efferati in comode rate orarie. Io prima violento, poi scuoio, poi ammazzo. Le ho lasciato il depliant l’altro ieri. Ha bisogno? Mi fa entrare?»

«No, non posso…»

«Non riesce ad aprire? Posso sfondare la porta se vuole.»

«No è che sto uscendo. Vado a trovare mio marito all’ospedale. Sicuro che lei non è quello delle tasse?»

«Ho la faccia da esattore delle tasse?»

«Veramente sì.»

«Mi creda, sono un maniaco omicida. Uno stuprino veloce veloce?»

«Alla mia età? No no. Però grazie dell’offerta. Che simpatico.»

«Sa se qualche sua amica cerca un serial killer?»

«Mah, la signora Lee qui di fronte ha un rubinetto che perde… Aspetti aspetti un momento. Venga qui sotto lo spioncino. Oddio! Lei è lo Scuoiatore di Topeka!»

«Sì signora.»

«Ma Topeka Topeka?»

«Sì, abito vicino alla vecchia stazione.»

«Allora conoscerà la signora Pipkin. Ha il naso un po’ grosso. Ethel Pipkin.»

«No, mi dispiace.»

«Ah. Allora me la saluti tanto.»

Lo Scuoiatore riprese la sua valigetta e suonò alla casa di fronte. Si presentò. La signora Lee, una donna triste come la sua vestaglia di poliestere, lo fece entrare e chiuse la porta. Poco dopo si udirono laceranti urla femminili e il latrato di un pechinese: «Ho sempre pagato le tasse fino all’ultimo cent, fottuto pezzo di merda! Vattene o ti sparo nel culo!»

Crime Enquirer, Lantana, Florida, ufficio del direttore

«Pronto, SKS? E’ il Presidente? Willard dell’Enquirer. Ma che stronzate sono queste? Prima lo Scuoiatore esattore del fisco, poi questa storia dell’Orco. Vi ho anticipato una barca di soldi per un nuovo bambinicidio per la cronaca estiva. Il mio inviato dice che quel coglione ha aggredito otto mocciosi… No! Non per quello! Per rubargli i Nintendo! Poi è scappato senza torcere un capello a nessuno. Gridava: cucù! Sono il serial killer! Cucù! Ma certo che era l’Orco del Tennessee, tuta mimetica e tutto. Ti pare un massacro questo? Qualcuno deve avergli svitato i coglioni a quel serial-clown. Ehi vecchio, voglio indietro il mio anticipo con gli interessi. Capito? O metto in mezzo il Comitato Utenti Serial Killer e ti facciamo un mazzo così!»

3/Continua (da Gulliver, luglio 1997)

 

Gli ultimi veri serial killer d'America. Racconto estivo (seconda parte)

Morgue Bar, SKS Building, Palm Springs, California

«Dast ist Globalizazione, mein Freund. Tuo kosto ti lafoto tropo alto. Kosì SKS butta vechio machinone bianko e prende machinina cialla cge rende toppio und kosta metà.» A parlare era il Salsicciaio, un anziano oriundo tedesco nei cui insaccati era finito un quarto della popolazione giovanile di Buffalo.

«Voglio morire», disse lo Scuoiatore. «Se ti intesto la mia polizza sulla vita mi sposi, Vedova Scarlatta?»

«Non ammazzo mai i colleghi, tesoro. Sarebbe una specie di incesto», rispose la Vedova, studiandosi le unghie di lacca rossa. Uccideva con un amplesso mortale di cui solo lei in questo mondo e diciotto mariti nell’altro conoscevano il segreto.

L’orco del Tennessee era furibondo. «Cinesi! Cent’anni fa li abbiamo fatti venire qui a costruire la ferrovia. E com’è finita? Che sotto i treni dobbiamo buttarci noi bianchi.»

«Piantala, Orko. Ku-Klux-Klan cacciato fuori te perké tu tropo a destra.»

«Perche io avevo le palle, caro Capitan Cocoricò! Sai perché faccio il serial killer? Perché è l’ultima professione solo per bianchi. Sono un serial killer bianco che ammazza bambini bianchi.»

«Bel razzista,» interloquì la Vedova. «Dovresti ammazzare i bambini neri.»

«Già. Ma sono anche psicopatico, maledizione,» grugnì tristemente l’Orco.

Dietro un boccale di birra, lo Scuoiatore rimuginava. Poi: «Fanculo ai cinesi» sbottò. Mi rimetto in proprio.» Gli sguardi dei colleghi grondavano compatimento.

«Freelance alla tua età? Se la SKS non ti organizzasse gli agguati non riusciresti ad aggredire un tacchino zoppo.»

«Se ti si rompono i coltelli devi ricomprarli a tue spese.»

«Und si tu finisce in praccio ti morte, tua Mutti a Topeka ist kaputt.»

«E’ la globalizzazione. Devo contare solo su me stesso. Pensateci anche voi. Occhio ai cinesi, Orco del Tennessee. Mi sa che all’Orco dello Szechuan gli fai una pippa.»

«Ripetilo, bastardo,» ruggì l’Orco. Due sguardi furenti si incrociarono in un punto fra le loro teste e cominciarono a farsi a pezzi.

«Ehi, c’è Nasini!» trillò la Vedova. Tutti si voltarono. L’elegante maniaco che doveva il nomignolo al plurale alla doppia abitudine di staccare il naso a morsi alle vittime e di riempire il proprio di cocaina stava avanzando nel locale con pazzo da zombie.

«Vecchia checca, vieni a sederti,» lo invitò l’Orco. Nasini strabuzzò gli occhi e si contrasse in tutto il corpo. «No grazie. Fra qualche giorno mi siederò per sempre. Il Governatore ha detto al Presidente che vuole la rielezione.»

«Ach so! E per salvare sua poltrona fuole offrire a Nasini eine poltrona mit migliaia di volt.»

«Già. Io sono la sua campagna elettorale. Mi arrestano domani.»

«Lo sapevi» osservò la Vedova. «La cattura promozionale è nel contratto SKS. Scemo tu a sgranocchiare nasi in uno Stato con la pena di morte mediante sedia elettrica e un Governatore ambizioso.»

«Al diavolo, nessuno di noi ha paura di morire. E’ che la SKS mi sostituirà con questo maniaco pakistano. L’ho visto mentre il Presidente gli faceva un colloquio. Gli ha proposto una paga da fame, i nasi glieli conteggiano come buoni-pasto. Ha accettato, il pezzente! E se volete saperlo, anche i vostri posti hanno i giorni contati. Il Presidente ha tutta l’aria di volervi consegnare al boia per rimpiazzarvi con serial killer a basso costo.»

«Liquidare noi!» ululò l’Orco. «I più celebri massacratori d’America!»

«Gli immigrati dovrebbero fare i lavori che noi non vogliamo più,» disse lo Scuoiaore. «Prendi le rapine. Prima i rapinatori erano irlandesi, poi italiani e polacchi, adesso neri e latini. Noi però mica ci siamo stufati di fare i serial killer.»

L’Orco gli mostrò il pugno: «Mica vorrai paragonare la rapina all’omicidio seriale. La nostra è un’attività nobile. Il furto è un crimine comune.»

«Anche l’omicidio lo era.»

«Vabbè, forse migliaia di anni fa anche strofinare pennelli su una tela era un crimine comune. Oggi però si chiama opera d’arte.»

Tacquero tutti. Il tavolo su cui incombevano i loro volti impietriti era il Monte Rushmore del Pluriomicidio. Insieme ai loro corpi stanchi il boia avrebbe annientato gli ultimi depositari della Tradizione. Dopo di loro, un nugolo di straccioni sanguinari. La nobile arte di Barbablù e di Ted Bundy inghiottita da una globalizzata e oscura canna di cesso. Inutile eliminare i concorrenti del Terzo Mondo. Venivano da Paesi in cui la vita valeva così poco che essere uccisi in America da un famoso serial killer sarebbe già stato per loro un ambito traguardo socioeconomico…

2/continua (da Gulliver, luglio 1997)

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Gli ultimi veri serial killer d'America. Racconto estivo (prima parte)

Sede della Serial Killing Syndicate, SKS Building, Palm Springs, California

«Spettabile SKS, mi chiamo Dorothy Pronzini e devo lamentarmi del trattamento ricevuto da uno dei vostri addetti, lo Scuoiatore di Topeka. Sono alta un metro e 58 e otto ore per scorticarmi viva mi sembrano troppe, considerato che poi per morire mi ci sono volute altre tre ore. Di questi tempi e con un ex marito disoccupato non posso permettermi di sprecare undici ore agonizzando. Se il vostro Scuoiatore mi avesse aggredito a fine turno, anziché alle sette di mattina, le dieci ore le avrei passate alla cassa di Honert Food&Drugs, dove lavoro, guadagnando circa 30 dollari, che sarebbero stati versati a mio figlio nonché erede universale Wilbert con il resto del mio salario. Esigo pertanto l’immediato risarcimento della somma. In caso di rifiuto mio figlio si riserva di adire le vie legali ecc. ecc. Firmato: per la defunta Dorothy Pronzini, Wilbert Pronzini II».

Il presidente, cupo, allungò la lettera all’omone dai capelli pepesale seduto dall’altro lato della scrivania. L’omone si strinse nelle spalle. La lettera cadde ondeggiando sul pavimento.

«Troia» mugugnò l’omone. «Undici ore ha avuto per lamentarsi con comodo. E strilla ancora.»

«La Convenzione Cortesia da noi stipulata con il Comitato Utenti dei Serial Killer parla chiaro,» replicò asciutto il Presidente. «Le lavoratrici si aggrediscono alla sera, così non perdono un giorno di stipendio. Le casalinghe al mattino, ma solo dopo che hanno accompagnato i figli a scuola. E le studentesse mai nei giorni di compito in classe.»

«Sta’ a vedere che mi tocca fare il serial killer su appuntamento.»

«Il servizio è servizio,» disse l’altro, alzandosi in piedi. «Andiamo, Scuoiatore, pere separare una nana dalla sua pellaccia mica ci vogliono otto ore.»

«Ci vogliono le ore che ci vogliono. E poi prima l’ho anche violentata.»

«Oh?» Il Presidente raccolse la lettera e la ripassò rapidamente con occhio scettico. «Non devi essere stato granché. Qui non ne parla neanche. Sei diventato troppo lento, vecchio mio. Non puoi uccidere le donne subito e poi scorticarle? Lo so che è meno divertente, ma accorceresti i tempi.»

«Mi ha preso per un macellaio?»

«No. Per un serial killer lumaca. La SKS non è un ente benefico, Scuoiatore. E’ un’azienda. Gli omicidi seriali hanno creato migliaia di posti di lavoro: coroner, inviati speciali, registi, scrittori, per non parlare dell’impulso alle carriere di politici, poliziotti e boia. La domanda di massacri in serie è in continua ascesa. La gente ha fame di pluriomicidi. Voi pluriomicidi avete fame di gente. Scopo della SKS è gestire domanda e offerta, coprire le zone mal servite e salvarvi il culo finché è possibile e vantaggioso.»

«Vantaggioso per la SKS.»

«Ingrato!» proruppe il Presidente, in tono patetico. «Chi ti ha procurato venticinque vittime con la pelle lentigginosa come piace a te? Chi ti ha offerto lo stage di perfezionamento da Gucci? Chi pagherà la pensione alla tua vecchia quando ti faranno la punturina della buonanotte eterna?»

Lo Scuoiatore si strinse nelle spalle. «Non sono un ingrato, signore. Le ho anche regalato un set da scrivania fatto con le mie mani. Perché continua a tenerlo nel cassetto?»

«Perché l’hai fatto con le tue mani e con la schiena di una parrucchiera di Chattanooga. Se lo lascio al sole gli viene l’eritema.» Il Presidente aggrottò le sopracciglia e tacque. Poi: «Mi ci costringi, figliolo,» disse gravemente. Si abbassò su un apparecchio sulla scrivania e impartì un ordine. Lo Scuoiatore si agitò involontariamente sulla sedia. La segretaria introdusse nell’ufficio due ragazzi dai tratti orientali.

«I gemelli Zhou» annunciò il Presidente. “Conciapelli in Canton. Spellano una persona nel tempo che tu impieghi a sbucciare una banana. E costano molto molto meno.»

Gli sbucciabanane cantonesi inchinarono leggermente la testa davanti allo scuoiatore di Topeka. Lo guardavano come i turisti guardano un mucchio di sassi che la loro guida definisce inspiegabilmente «pregevole rudere»…

1/continua (da Gulliver, luglio 1997)

Tav ladrona, la Lego non perdona!

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Gli scontri in Valsusa ne sono l’ultima prova: il’Italia è l’unico paese al mondo in cui risulta impossibile costruire qualunque opera pubblica, utile o inutile, causa veti di residenti, mafie, ambientalisti, burocrazia, terremoti, flora, fauna, storia, geografia, scienze e arte. Il colosso danese del mattoncino ne ha preso atto: ecco le nuove proposte Lego per il mercato italiano.
HI-SPEED VALSUSA RIOTS #6543
La serie di costruzioni che in Francia e Germania è stata un gioco da ragazzi arriva in Italia e diventa un rompicapo senza uscita! Prova a costruire la Tav sulle teste dei valsusini incazzati: l’unico modo è spacciare le gallerie per megacantine per l’invecchiamento del vino locale. Nella confezione, una squadra di ruspe, poliziotti antisommossa, un’impresa di costruzioni in odore di mafia, attivisti no-Tav con fiaccole e forconi e l’occorrente per una pista transalpina per elefanti, ovvero l’alta velocità ecosostenibile sperimentata con successo da Annibale…

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Lo scopo della satira

Correva l’anno 1996, e io, ancora redattrice di Cuore, correvo ignara verso il licenziamento in tronco causa decesso del giornale. Simone, laureando romano di belle speranze, mi chiese un contributo per la sua tesi sulla storia della satira italiana. Ecco quel che gli proposi.


IL SENSO DELLA SATIRA

antica novella cinese
Un giorno Ping Hsiao si reco dal maestro Lao Tse. Lo trovò in giardino, assorto nella contemplazione della natura. Il maestro si accorse che il discepolo nascondeva una spada sotto le vesti, e gliene chiese il motivo.
«Sto andando nella capitale per uccidere Hua Wu, l’infame, abominevole, perfido ministro dell’Imperatore – spiegò Ping -. Pagherà il fio delle sue malefatte».
Il saggio Lao Tse non si scompose. «Molto bene – replicò -. Dopodiché ti sarà versato piombo bollente nell’ano, cera bollente nelle narici e olio bollente nelle orecchie, mentre un aguzzino farà stridere un gessetto su di una lavagna».
«Sono preparato alla morte. E perfino al gessetto», disse Ping.
«E come la mettiamo con i sette mesi di retta che ancora mi devi? Poi, ammesso e non concesso che tu riesca a immergere quella spada nel malvagio cuore di Hua, protetto, com’è noto, da guardie del corpo la cui circonferenza toracica equivale a quella della mia capanna, non saranno passati trenta secondi che l’imperatore avrà già nominato un ministro ancora più infame, abominevole e perfido di Hua».
«Non può esistere un essere più malvagio di Hua», replicò Ping.
«Non hai conosciuto la mia ex moglie, figliolo».
«Maestro, una donna, per quanto malvagia, non può diventare ministro».
«E’ vero. Ma io ti stavo parlando della mia ex moglie – precisò Lao Tse -. Assomiglia a una donna come io assomiglio a un bufalo d’acqua. Ed è molto più nociva di Hua. Almeno lui non cucina».
«Maestro, questa è bieca satira misogina».
«Naturalmente, figlio mio. Siamo in Cina, il paese più misogino del mondo. Se vuoi della satira femminista vai a cercarla in … a… oddìo, non mi viene in mente un paese in cui si faccia satira non maschilista. Rimanendo entro la nostra galassia, almeno».
Ping Hsiao era irrequieto. «Io non voglio la satira, di nessun genere. Voglio uccidere Hua Wu, l’infame, abominevole, perfido ministro dell’Imperatore e liberare il popolo dall’oppressione».
«Ragiona, Ping. Per te è più importante uccidere Hua, o rendere felice il popolo oppresso?»
«Rendere felice il popolo, certo. Togliere la vita a un essere umano, per quanto la definizione poco si addica a Hua, non mi dà alcun piacere».
«Ah no? A me ne darebbe eccome. Ma sbudellare quello stronzo di Hua come un coniglio e drappeggiargli le interiora intorno al collo è facile, riportare il sorriso sulle labbra dei contadini sfruttati no. Meglio così. Di solito sono sdentati come pettini usati. E voglio proprio vederli sorridere, quando saranno investiti dall’ondata di repressione che si scatenerà dopo l’omicidio del ministro!».
«A questo non avevo pensato, maestro».
«Stammi a sentire, Ping. C’è un solo modo per risolvere il problema Hua e rendere più sopportabile la dura vita del popolo. Ed è proprio la satira. Insomma, devi farlo ridere».
«Ma chi deve ridere, Hua o il popolo?»
Lao Tse non rispose, e si immerse nella contemplazione dei ciliegi in fiore.
«Maestro – insisté il discepolo -, chi devo fare ridere?»
Il suo interlocutore lo fissò con immutabile serenità: «Con sette mesi di retta ancora da pagare, ragazzo mio, non puoi pretendere che io scenda nel dettaglio. Ma ti elargisco un’altra perla di saggezza: mentre il saggio pensa, il mulo sciolto scappa».
«Dove vuoi arrivare, maestro?»
«Io non lo so, ma il tuo mulo dev’essere già arrivato a Nanchino. E’ un’ora che si è slegato dalla staccionata. Non te n’eri accorto?»
Ping Hsiao salutò in fretta il maestro Lao Tse, gettò a terra la spada e corse alla ricerca del mulo. Il giovane era molto turbato. Cosa aveva voluto dire il saggio? Per riportare la serenità nel paese, chi doveva far ridere? Un ministro divertito e rilassato sarebbe più clemente e umano? O il popolo, ridendo dei potenti, saprebbe affrontare con più coraggio le difficoltà dell’esistenza? O forse Lao Tse aveva bevuto troppa acquavite di riso?
Nessuna traccia del quadrupede fuggitivo. Ping Hsiao si rassegnò ad affrontare i cento giorni di cammino che lo separavano dalla lontana capitale. Nel frattempo, avrebbe meditato sul da farsi. D’accordo, la satira. Ma per chi, e contro chi? Il suo cuore lo spingeva a mettere il suo umorismo al servizio del popolo. Ma, pensava, un popolo che crede di liberarsi dalla sofferenza con una risata non si deciderà mai a ribellarsi. Forse è più utile farsi assumere come giullare alla corte di Hua Wu, metterlo di buonumore con barzellette su quel ciccione del ciambellano o quella zoccola dell’imperatrice, sperando che prima o poi rida tanto da crepare.
Al centesimo giorno di cammino, quando entrò nella capitale, Ping Hsiao non era riuscito ancora a capire quale doveva essere era lo scopo della satira.
Figuratevi se l’ho capito io, che ci sto pensando solo da un paio d’ore.

Never be rude to an Arab…

luotto90.jpg"Mai essere scortesi con un arabo", cantavano saggiamente i Monty Python più di trent’anni fa (e, aggiungevano, "nemmeno con un israeliano, un saudita o un ebreo, o un irlandese, non importa in che modo"). La canzone finiva bruscamente con un’esplosione nella seconda strofa, dove si consigliava di non sfottere neanche "negri, italiani e crucchi". Alla profetica riflessione pythoniana sui limiti della satira, mi permetto di aggiungere un mio personalissimo link tra il farsesco e agghiacciante reality show planetario e un insignificante, trascurabile episodio di cronaca televisiva, risalente al lontano 1985

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L'embrione non è una muffa, il cervello del cardinal Ruini sì

Il popolo astensionista plaude alla politica eterologa: sì alle leggi concepite con un seme estraneo allo Stato italiano e proveniente dalla Santa Sede. Per limitare il numero dei sì, domenica la Chiesa sospende anche i matrimoni. Il comitato Scienza e Vita: “O la legge 40, o la legge della giungla: dopo l’ovocita, arriverà l’ovotarzan”. Secondo i genetisti, il bigottismo avrebbe un’origine genetica: i fan di papa Ratzinger, oltre ai cromosomi X e Y, hanno anche quelli XVI. Grande successo sulla stampa cattolica per la striscia a fumetti ” Astienix e Ovulix”, i due eroi antireferendum con le fattezze di Carlo Casini e di Giuliano Ferrara. Dal centrosinistra, Rutelli invita all’astensione: okay, ci asterremo dal votarlo. Ma alle urne, domenica e lunedì, ci andremo eccome, per obbedire a un altro e più venerabile Camillo, il conte di Cavour. Per scegliere consapevolmente fra sì, no e scheda bianca, date un’occhiata al nostro corposo dossier sulla fecondazione satiricamente assistita…

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Otto Marzo

L’Otto Marzo, come tutte le feste, è un Giorno della Memoria.
Non commemora una vittoria del sesso femminile, ma una delle tante stragi di femmine che costellano la storia dei maschi. Non la più ingente, non la più efferata: erano operaie americane bruciate vive dal padrone perché chiedevano migliori condizioni di lavoro.

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