Assassinio sull'Orient Depress

“Oggi sono un po’ depresso”: se, a queste parole, vedete i familiari uscire precipitosamente di casa e gli amici vi legano con corde robuste, non sorprendetevi. Temono per la loro incolumità, e non hanno tutti i torti. Nei media la “crisi depressiva” ha sostituito l’antiquato “raptus di follia” come movente dei più tragici fatti di cronaca. Depresso era l’assassino di Gravina, depresso era il capofamiglia di Pomezia che ha sterminato la sua famiglia, depresse sono le madri che alzano le mani sulla prole. Una volta bastava mettersi il cappotto in luglio per essere marchiato come “matto”, e un marito era autorizzato a chiamare “isterica” la moglie che si rifiutava di lavare i piatti. Oggi se impallini la consorte i giornali ti incorniciano in una definizione molto più presentabile, “depresso”. E’ da pochi anni che la depressione è considerata una vera e propria malattia e non un capriccio da signore annoiate. Ma è bastato molto meno tempo perché il “male oscuro” diventasse un nome di comodo per tutti i tipi di sofferenza psichica meno evidenti della schizofrenia acuta. “Era depresso”: cioè, non portava una gallina al guinzaglio e una sveglia appesa al collo, dunque non è colpa di nessuno se non è stato aiutato e curato in tempo. Occhio non vede, cuore non duole. Tanto ci sarà tempo ai funerali per rattristarsi. Anzi, per deprimersi.
(17 marzo 1999)