Cattivi Pensieri (Smemo '98)

Vede, signorina, non esistono cattivi pensieri“.
Il Cattivo Pensiero Anziano ebbe uno scatto di stizza: “L’avete sentito, il barbagianni? Adesso dice che noi non esistiamo.”
Non c’era più un minuto di pace per lui e i suoi compagni da quando quella stupida ragazza aveva deciso di andare dall’analista. Erano i Suoi Cattivi Pensieri, abitavano nella sua psiche da una vita, eppure lei non aveva il minimo scrupolo a consegnarli uno a uno, seduta dopo seduta, nelle mani di un saccentone secondo cui non erano che “coperture di desideri nascosti”.
“Come impostori, ci tratta! – si lamentava il vecchio Pensiero -. La scema gli dice: Dottore, a volte penso di volere andare a letto con il ragazzo della mia migliore amica. E lui: E’ solo perché lei cerca di ottenere le attenzioni che non ha avuto da suo padre. Balle. Lo conoscevo bene, quel Cattivo Pensiero lì. Se quello era desiderio di attenzioni paterne, io sono un capitello corinzio.”
“Ormai siamo rimasti pochissimi – rilevò cupamente un altro Cattivo Pensiero – Se continua così quest’anno la partita di psicocalcio Cattivi Pensieri-Pensieri Positivi rischia di saltare.”
“A me non ha avuto ancora il coraggio di rivelarmi – sogghignò un Pensieraccio che si vantava di essere perseguitato dalla Censura InterioreSono il pensiero di andare a letto con l’analista.”
“Ma per una paziente è normale immaginare di andare a letto con l’analista!” tuonarono in coro i compagni, delusi.
Non immagina di andare a letto con il suo analista – precisò il Pensieraccio -, ma con quello del suo fidanzato. E’ per questo che quella sciocchina si vergogna a parlare di me al suo strizzacervelli. Ha paura che si offenda.”
Una ciarliera Riflessione Malevola volle unirsi al gruppo: “Ciao, ragazzi! – cinguettò – Sono il Pensiero che l’analista è un truffatore e che farsi pagare centomila lire per starsene in poltrona a snocciolare banalità è un vero furto.”
Fu respinta in coro: “Buuu! Via la maschera, Buon Senso, ti abbiamo riconosciuto. Tornatene nel tuo territorio, qui ammettiamo solo Cattivi Pensieri Doc.” Ma all’improvviso, un Cattivo Pensiero Giovane e nerissimo cominciò a tremare. “Oddìo, lei sta per parlare di me all’analista – mormorò -. No, no… Aiuto!”
Dottore, a volte penso che sarebbe meglio che non fossi mai nata.
Il Pensiero Anziano abbracciò il Giovane: “Scampato pericolo. Era solo un Pensiero Stupido, mentre tu sei un’onesta Fantasia Suicida.”
Un Pensiero Cattivello (era “la prossima volta, col cavolo che voto Pds”) si avvicinò timidamente all’Anziano e domandò come si faceva a distinguere fra Cattivi Pensieri e Pensieri Stupidi.
E’ facile – spiegò il Vecchio -. I Pensieri Stupidi sono pieni di verbi al condizionale, segno infallibile di poca serietà. Oppure tendono a trasformarsi subito in azioni. Ecco perché la gente commette più spesso azioni stupide che veramente cattive.” Intanto, fuori, l’analisi continuava.
I miei genitori non mi volevano, dottore, lo penso spesso.
Sentito? Addio, amici – singhiozzò un Cattivo Pensiero uscendo dal suo nascondiglio, un grosso Senso di Colpa - lo sapevo che oggi toccava a me.”
E anche se fosse, signorina? Lei è qui e adesso, unica e irripetibile. Non deve considerarsi un prodotto della volontà dei suoi genitori.
Il Cattivo Pensiero smascherato già si dissolveva. Una Congettura Maliziosa che si dondolava su un neurone disse: “Sapete qual è il vero problema? Questa cretina è andata dall’analista perché pensa che senza di noi starà meglio. Ci crede oggetti materiali che rotolano nella sua scatola cranica, come massi durante una frana, mentre noi siamo incorporei, volatili, innocui moti della sua anima. Siamo lei, insomma.”
Ah, non devo considerarmi un prodotto? Come se fosse facile! Dottore, penso proprio che lei mi consideri una paziente di serie B.
“E’ venuto il mio turno. E’ stato bello, compagni” disse filosoficamente la Congettura Maliziosa, scomparendo.
Non era una seduta psicanalitica, era un massacro. I Cattivi Pensieri superstiti si strinsero impauriti intorno all’Anziano, maestoso e aggrondato come un patriarca biblico. La tesi espressa dalla Congettura li aveva profondamente colpiti.
La Fantasia Suicida si guardava intorno con occhi febbrili: “E’ uno di noi! – urlava – Lo so!
Ma chi?” chiedevano i colleghi, sconcertati.
Il pensiero che senza di noi lei starà meglio. Che siamo massi che rotolano. E’ un Cattivo Pensiero, il più Cattivo. Si nasconde fra noi! Ci distruggerà tutti! Tutti! Vigilanza!
Il gruppetto fu assalito dal panico. In mezzo a loro c’era un traditore? I Cattivi Pensieri si guardavano l’un l’altro in faccia, in cerca di indizi. Solo l’Anziano rimase calmo. “Suvvìa – replicò bonariamente -, sei una Fantasia Suicida o una Mania di Persecuzione? Ma quale traditore, siamo tutti sulla stessa barca. Il vero nemico sta là fuori, è quel fottuto analista. Se noi Cattivi Pensieri non restiamo uniti, in un momento come questo…” Gli altri Pensieri furono d’accordo. Tirarono il fiato e si nascosero meglio fra le sinapsi, in attesa degli eventi.
Nessuno notò che sulla faccia del Cattivo Pensiero Anziano era apparso un sogghigno feroce.

Diamo i Numeri (Smemo '97)

liablog1.gifNella mia prima gioventù, per raccattare qualche soldo collaborai alla stesura di “I Cento Modi Per Farlo Impazzire Sotto Le Lenzuola“. Di mio, conoscevo al massimo quattro modi per far impazzire un uomo a letto: i tre canonici, più quello – efficacissimo – di declamare “Il 5 maggio” di Manzoni con la voce da Topo Gigio mentre il partner cerca di prendere sonno. Trovare altri novantasei sistemi fu un’avventura terribilmente complicata. E inutile: l’editore si rifiutò di prendere in considerazione le mie trovate. Non le capiva. Gli proposi di sperimentare personalmente i metodi n. 35 (il materasso ad acqua bollente), il n. 66 (il rottweiler nascosto sotto il copriletto) e il 98 (un’improvvisa irruzione del defunto generale De Gaulle). Non servì a nulla.
Ma il lavoro non fu del tutto vano.
Mentre, stesa sul letto mi scervellavo per escogitare, uno dopo l’altro decine e decine marchingegni sado-afrodisiaci per arrivare al Cento, mi era ritrovata ad assaporare, come fosse la prima volta, la sequenza dei numeri, a scoprirli anche più appassionanti del sesso, soprattutto perché non ti attaccano brutte malattie. Risalivo faticosamente, gradino per gradino, dal modesto uno fino al rotondo, solenne, irraggiungibile numero a tre cifre. E’ diventato la mia ossessione. Ecco il succo delle mie riflessioni, che presto saranno pubblicate con il titolo “Le Cento Cose Che Non Sapete Del Numero Cento e Cento Motivi Per Odiarlo“.
Perché si conta in base dieci? Perché dieci sono le dita, naturale nonché unico sistema di conto per l’uomo primitivo (e per la donna moderna, ma solo se è Valeria Marini).
Stufi dei consueti passatempi da festino orgiastico (incesto, sacrifici umani, Trivial Pursuit), gli uomini dell’orda paleolitica, alla ricerca di un nuovo gioco di società, devono aver cominciato a contarsi reciprocamente le dita delle mani, scoprendo il sistema decimale, e quelle dei piedi, ripromettendosi di scoprire al più presto il pedicure. (I più svegli preferirono contare le tette delle donne primitive più carine, inventando il sistema binario fondato sul due, che oggi sta alla base dell’informatica). Molti contatori di dita si addormentarono prima di essere arrivati a quattordici. Altri, resi insonni dal carpaccio di mammut piantato sullo stomaco, proseguirono la conta approfittanto delle dita dei dormienti. Dieci decine di dita pelose, dieci paia di mani irsute. Cento.
Nato dalle dita dell’uomo, il Cento se n’è subito distaccato per darsi alla clandestinità. O meglio, all’irrealtà. Fateci caso, riuscireste a cogliere il centinaio a colpo d’occhio? Putacaso, se vi passa davanti un fottìo di canguri, sareste in grado di dire, all’impronta: “Toh, ecco cento canguri”? Nell’attesa di un ritorno di frotte di canguri in Eurasia, evento che vi permetterà di fare la prova e darmi una risposta precisa, vi confido la mia teoria: il numero cento non esiste. “Cento” è inconoscibile, se non sotto forma di cittadina in provincia di FerraraCento, appunto – residenza di un amore giovanile di Gianni Morandi (“Andavo a Cento allora per trovar la bimba mia, ye ye ye ye“), e nota fin dal Trecento perché ci stava ben tre volte.
Nella storia, il centinaio è sempre stato un’entità astratta e nebulosa, senza una personalità definita. Nella numerazione dell’antica Roma, “centum” è una holding di misteriose decine (ciascuna delle quali indicata con X) e si firma come Zorro, con l’iniziale C.
Successivamente, decide di nascondersi dietro tre insospettabili prestanomi, uno e una coppia di zeri, ed è sempre invischiato in brutte faccende, tipo la Guerra dei Cento anni o i Cento giorni di Napoleone.
Oggi il Cento è diventato una loggia segreta composta di unità eversive, che domina la vita pubblica del nostro paese manovrandone gli umori e i pensieri. E’ l’onnipotente Per Cento che governa i sondaggi e pretende di esprimere le nostre opinioni. Apriamo il giornale: il Sessanta Per Cento degli italiani vuole la pena di morte (che esagerazione: questi al massimo si meritano un paio d’anni di galera). Il Cinquantasette Per Cento legge solo un libro all’anno (ah, ecco: i botti di San Silvestro non sono petardi, ma il rumore di milioni di copertine chiuse di scatto).
Per il Trentadue Per Cento degli italiani, la famiglia è un valore: difatti venderebbero la mamma per la prima rata della Saab Biturbo. Mi gira il Cento Per Cento delle palle. E’ grazie a questo cacchio di numero a tre cifre che noi impariamo a diffidare dei nostri simili e un tipo come Gianni Pilo si sottrae all’unico mestiere adatto a lui: il supporto umano per parrucchini. “Ma dovete fidarvi – dicono i sondaggisti -, “cento” è un campione”. Campione: andiamoci piano. Dove e quando si è tenuto il campionato? E poi, campione di che? Di trotto, di scacchi, di decathlon? “Di italiani”, rispondono i sondaggisti. Ci siamo: “cento” è un campione rappresentativo della popolazione.
Adesso è tutto chiaro. A guardarlo bene, il 100 è davvero la perfetta rappresentazione del nostro Paese. C’è sempre uno, e un paio di zeri che lo seguono.